Su tutto vigila il perbenismo un po’ codino del caffettiere Ridolfo,sempre lesto a rivestire di predicozzi moraleggianti sia le buone intenzioni che la volontà di primeggiare. In qualche modo rassicurato dalla sua scolastica “saggezza”, il piccolo mondo accoglie di buon grado nel chiuso del suo guscio le follie giovanili di Eugenio (personaggio nel quale è adombrato lo stesso Goldoni ventenne, così spesso nei guai per i debiti contratti col vizio del gioco), la voglia di spettegolare di Trappola, la vita truffaldina di Leandro e persino la delinquenza del biscazziere Pandolfo.
Nessuna indulgenza, invece, per il “forestiere” Don Marzio, bizzarro chiacchierone che cerca d’inserirsi con sortite da ingenuo giocherellone più che da perfido maldicente: egli verrà alla fine respinto e cacciato da un mondo ove - a sentirne gli abitanti - regnano “lalibertà, la pace e l’onoratezza”.
Nella realizzazione di un testo lontano dalla giocosa leggerezza ditante commedie goldoniane o comunque dai suoi stereotipi, la messinscena de “La Barcaccia”, senza dimenticare di sottolinearne gli esemplari espedienti spettacolari, supporta la sua linea interpretativa con una singolare operazione sul linguaggio. Essa perciò ricostruisce, per restituirlo ai personaggi popolari della vicenda, il dialetto letterario della prima versione goldoniana oggi andata perduta, e reinventa a tratti il buffo linguaggio di Don Marzio quale segno più evidente del suo goffo tentativo d’essere accettato là dove si sente straniero.
Non gli servirà a nulla, e il piccolo mondo del campiello lo respigerà alla fine senza remissione. Ma è storia di ieri, o di oggi?