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Quando al paese mezogiorno sona...

di Eugenio Ferdinando Palmieri
Regia: Roberto Puliero

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Con

Davide Valieri
Franco Cappa
Roberto Puliero
Claudia Gandini
Michele Matrella
Giulia Vespertini
Michela Zanetti
Kety Mazzi
Paolo Bellotti
Nicolò Franceschini
Nicola Cancian

Scene

Gino Copelli

Costumi

Kety Mazzi

Arrangiamenti musicali

Giuliano Crivellente

Personaggi

Leonzio
Guelfo
Gregorio
Amelia
Salvatore
Cecilia
Olga
Antonia
Bepi
Marco
Ferucio

Luci e audio

Franco Sollazzo

Sarta

Liliana Goroian

Allestimento

Graziano Motta

Trama

In un paese della campagna veneta, negli anni Trenta; sullo sfondo, i campi inondati dalla primavera, esaltati dalla propaganda dell'epoca a favore della ruralità e dell'incremento familiare... In casa Camisan giunge notizia che il cugino Piero, da ventitre anni emigrato in America ed ora arricchito a dismisura, ha deciso di ritornare al paese natio, cui lo legano ricordi lontani e qualche mistero nascosto. Tra i fratelli Camisan e il cognato Pavanello, che ha sposato la loro sorella Antonia, scoppia una guerra feroce per accaparrarsi i favori del ricchissimo congiunto.

Da una parte Gregorio Camisan, capofamiglia autorevole e astuto, con la moglie Amelia dalle segrete passioni e la figlia Cecilia dai dolci sogni fanciulleschi ogni giorno più avviliti; aggrappato a lui, il più mite fratello Guelfo con il figlio Bepi stralunato e scansafatiche; dall'altra parte, il battagliero Leonzio Pavanello con la moglie Antonia, che gelosamente nasconde segreti nell'anima candida, e il loro figlio Ferruccio già disincantato e spavaldo. Attorno a loro, ruotano insieme le vicende della "serva " Olga, impenetrabile amministratrice di sentimenti e progetti, il suo impetuoso fidanzato Marco eil fascinoso cavalier Salvatore, corteggiato per l'eleganza non più che per il suo impiego alle Finanze.

A muovere il tutto, è la bramosia del denaro e insieme la tendenza a camuffarla con la retorica dei sentimenti, sino ad un "lieto fine" unicamente di facciata, allorchè avidità e sentimenti, rancori e sogni si confondono sulle note di una vecchia canzone. Ad animare il racconto, è un dialetto veneto asciutto e corposo con frequenti inserti d'un grottesco italiano venetizzato, uniti a comporre un linguaggio scoppiettante di trovate, capace di rivestire anche i fatti apparentemente più tragici di irresistibile e parodistica comicità.

La commedia, scritta nel 1936, si affida ad una struttura consueta ancora legata alla tradizione goldoniana, ma da questa originalmente si distacca, rifiutando ogni eccessivo manierismo e facendo il verso con beffarda ironia all'enfasi retorica dei drammoni dell'epoca. Nel contempo, essa offre, della ricca borghesia campagnola, un ritratto apparentemente crudele ma acutamente realistico, denunciandone il moralismo e il perbenismo, e mettendone in ridicolo la cupidigia. Tale rappresentazione spinse , a suo tempo, la critica ad individuale in questa commedia un nuovo atto di nascita del teatro veneto, e ad accostare l'Autore al Pirandello più aspro; mentre ci fu chi lo accusò di screditare la sua terra, con il medesimo sdegno con cui ancor oggi, in Veneto, si contesta ogni ritratto critico del territorio e della sua gente. Sorvolando ogni distanza temporale con la miracolosa leggerezza del teatro, una delle opere più innovative del teatro italiano torna oggi sulla scena, a ricordarci che i Camisan e i Pavanello sono ancora in mezzo a noi.

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